I wandered lonely as a cloud

I wandered lonely as a cloud 

That floats on high o’er vales and hills, 

When all at once I saw a crowd, 

A host, of golden daffodils; 

Beside the lake, beneath the trees, 

Fluttering and dancing in the breeze. 

Continuous as the stars that shine 

And twinkle on the milky way, 

They stretched in never-ending line 

Along the margin of a bay: 

Ten thousand saw I at a glance, 

Tossing their heads in sprightly dance. 

The waves beside them danced; but they 

Out-did the sparkling waves in glee: 

A poet could not but be gay, 

In such a jocund company: 

I gazed—and gazed—but little thought 

What wealth the show to me had brought: 

For oft, when on my couch I lie 

In vacant or in pensive mood, 

They flash upon that inward eye 

Which is the bliss of solitude; 

And then my heart with pleasure fills, 

And dances with the daffodils. 

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Scientifically scorrect

Come molti di voi saranno venuti a sapere  grazie agli articolisti di Repubblica e ai presunti studiosi politicamente liberi della BBC, “i Romani erano molto Africani”. 

Ecco confermato ciò che da sempre sostengo, ovvero la cancellazione dello studio meticoloso della storia e la sua rimanipolazione ideologica per l’immenso business liberista sinistroide anti-nazione e identità. Prima di vedere questo video però consiglio a tutti di rileggere un mio vecchio articolo riguardante le inquietanti dichiarazioni di Eugenio Scalfari inerenti alla creazione di un grande meticciato europeo privo di identità (e successivamente mondiale). 

Si può dire dunque che il boss di Repubblica sia stato di parola, considerando che i suoi articolisti si sono da tempo messi all’opera. 

Per nostra fortuna esiste ancora chi studia e si emancipa da tutto ciò, e a sua volta combatte l’oscurantismo mediatico. Ecco a voi il video, e gustatevelo come gustereste un piatto di lasagne. 

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=715959328589784&id=359051427613911

I media e il controllo

Le dieci regole della manipolazione mediatica
1. La strategia della distrazione
L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élite politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali.

2. Creare problemi e poi offrire le soluzioni

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3. La strategia della gradualità

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. È in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4. La strategia del differire

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. È più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5. Rivolgersi al pubblico come ai bambini

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno.

6. Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione (sempre il buon vecchio Kitsch)

Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti…

7. Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità

Far sì che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

8. Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9. Rafforzare l’auto-colpevolezza

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10. Conoscere agli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

L’impeto selvaggio del nulla

Negli Stati Uniti è iniziata da qualche mese una battaglia senza nemico che – come si intuisce – ha dell’incredibile. La popolazione, un po’ ovunque, ha cominciato a scagliarsi contro quei simboli americani che hanno schiavizzato e fatto uccidere migliaia di persone tra connazionali, afroamericani e nativi americani. Un dettaglio: si tratta di statue, monumenti, targhe che, fino a prova contraria, non hanno mai fatto del male a nessuno. Generali confederati, sudisti, schiavisti, protagonisti della Guerra di Secessione, dopo secoli, sono tornati a sentire il profumo dello scontro, ma senza poter muovere un dito. Cristoforo Colombo è solo l’ultima vittima delle decapitazioni anti-razziste, la prima del mese di settembre.

L’episodio di Charlottesville, in cui hanno perso la vita tre persone, ha riacceso i riflettori sul movimento del suprematismo bianco, per la verità mai sparito e recentemente rialzatosi in piedi, forse incoraggiato da un presidente non troppo ostile nei confronti dell’alt-right. La risposta di Donald Trump all’indomani dei fatti violenti in Virginia rende l’idea della tolleranza e del tentativo di ridimensionamento dell’agitazione suprematista: «I’m not putting anybody on a moral plane […] You had people that were very fine people on both sides. Not all those people were neo-Nazis, not all those people were white supremacists».

Proprio il “favore” del presidente e l’escalation di violenza ha portato a una risposta della cittadinanza estesa e diretta a ogni richiamo o ricordo, non solo dei confederati, ma di tutto l’odio e della divisione razziale che ha insanguinato la storia recente e meno recente della democrazia a stelle e strisce. Sono state settimane di vandalismo su tantissime statue, busti e monumenti commemorativi – di personaggi protagonisti di eccidi o di incitamento alla persecuzione e alla segregazione – che hanno subito danni, imbrattamenti e coperture.

 

Una reazione forse legittima, un segnale ai più giovani che alcune persone non meritano feste e celebrazioni. Ma non è cancellando delle opere che si annienta l’odio e il razzismo. Non è oscurando la memoria che si evidenziano gli errori del passato (tutto il contrario!). Le feste possono essere ignorate, le giornate dedicate possono perdere significato nel tempo, le statue possono sostare come utile riparo dal sole per tutti, senza discriminazioni, forse questo il “contrappasso” più apprezzabile. Saranno a centinaia – forse migliaia – le statue che ricordano le controverse figure della guerra civile, obiettivi per più livelli: dal cittadino medio all’amministratore, fino al sindaco.

A New York il sindaco Bill De Blasio ha inserito il monumento a Colombo nell’elenco di quelli da abbattere: ha dichiarato che «è discriminatorio». Intanto a Los Angeles veniva abolito il Columbus Day. Nonostante si tratti semplicemente di una scriteriata campagna politica atta a non risolvere nulla tranne che fare spazio nei giardini pubblici, sono tanti i luoghi dove sono già state abbattute le statue colpevoli della memoria immobile. È un agosto distruttivo quello che è appena finito: ad Annapolis, nel Maryland, la statua di Roger Taney, un giudice del XIX secolo che negò i diritti a un uomo in quanto schiavo, è stata abbattuta dal suo posto davanti alla Camera di Stato su richiesta del governatore Larry Hogan; l’università di Austin in Texas ha fatto rimuovere le statue di due generali confederati (e possessori di schiavi) Robert Edward Lee e Albert Sidney Johnston e di un membro del governo confederato John Reagan; a Durham nel North Carolina alcuni protestanti hanno abbattuto una statua di un soldato confederato davanti al tribunale; “Old Joe”, il monumento in memoria dei caduti confederati nel centro di Gainesville in Florida, è stato abbattuto dopo 113 anni di permanenza e pacifica convivenza; a Jacksonville il presidente del consiglio comunale, Anna Lopez Brosche, ha proposto che tutti i monumenti confederati vengano rimossi dalla città e trasferiti in un museo. E tantissimi altri casi analoghi in diversi stati americani.

Tutte le proposte o le azioni sono state motivate dalla volontà di rendere i parchi e le città «rispettosi dell’uguaglianza e della libertà» perché in molti non sentono necessario celebrare alcune personalità del passato che per la propria storia “sporcano” i veri valori di una società contemporanea e democratica come quella statunitense. Eppure più di un dubbio rimane: e se bastasse studiare la storia di tutti questi giganti di pietra e riflettere sul perché di un monumento celebrativo in un dato momento storico? E se fossero necessari semplicemente nuovi simboli e nuovi monumenti affiancati a quelli eretti da più di un secolo? Tutto questo cieco antistoricismo sembra essere l’antidoto all’odio e al razzismo in America, terra di esaltazione del simbolo e che anche stavolta non si smentisce.

Il delirio anti-paternalista

 

Da sempre nell’uomo è insito un desiderio inconscio di abbattere ogni tipo di autorità nel disperato tentativo di trovare nell’anarchia la libertà, e all’interno di questa la felicità (o il potere). Lo si può constatare sia dalla ribellione dei romani al mos maiorum sia nel periodo dell’arte e della filosofia rinascimentale, in cui l’autorità di Dio veniva scalzata per ergere di fatto l’uomo sul trono lasciato vuoto. “Homo copula mundi” diceva Marsilio Ficino, affermarsi nel mondo senza un limite di possibilità. Anche Feuerbach diceva “Homo homini deus est”, ovvero constatava che la religione per gli uomini consistesse nella proiezione di un ente indipendente ideato dall’uomo a sua immagine e somiglianza e che rappresentasse il suo desiderio di infinito. Uscendo dall’ambito religioso per approdare nel più recente movimento del 68′ , troviamo anche li una matrice anti-paternalista, che si è nascosta dietro al desiderio di abbattere le vecchie e malandate strutture educative e didattiche, senza tuttavia un preciso piano di ricostruzione. Le varie correnti di pensiero/movimenti sopracitati non sono qualcosa di sbagliato in sé, parliamo di periodi in cui erano più che necessarie (68′ docet), in quanto l’utilizzo dell’autorità spesso si deteriora col tempo e per ovviare alle lacune degenera nell’oppressione a guadagno dell’oppressore. Quella che io sto analizzando è la degenerazione della ribellione stessa, e a tal proposito vi propongo in contrapposizione alla tendenza generale la famosa poesia  di William Blake”Il bambino perduto”.

Babbo, babbo, dove vai?
Oh, non camminare così veloce.
Parla, babbo, parla al tuo bambino,
O io mi perderò.
La notte era scura, nessun padre c’era;
Il bimbo era bagnato di rugiada;
il fango era profondo, e il bimbo pianse,
e la nebbia svanì fugace.

Dove sta mio padre, il mio recinto, quel no sapiente, queste sono le domande di Blake. Se non ho un’autorità, non ho un limite, e se non ho limiti sono indefinito, dunque chi sono io? Conosco me stesso? So cosa voglio? Vagare nel vuoto del tutto mi aiuterà e capire chi sono? L’autorità serve perché ci definisce, e dobbiamo conoscerci e tracciare noi stessi perché non siamo dei, siamo ciò che facciamo della nostra vita, ciò che scopriamo di volere e amare. Munch aveva proprio ragione, stiamo urlando ora che non abbiamo più un limite, e il nostro urlo è il consumo sfrenato, siamo come il bimbo della poesia di Blake, il pianto e l’urlo hanno lo stesso significato di disperazione. Vaghiamo nel vuoto senza un senso ed uno scopo.

Per questo nutro avversione alle degenerazioni del femminismo, che ritengo un movimento alla radice giusto e sinonimo di una società civile. Tuttavia abbattere le barriere sessuali,  dicendo che una donna può essere sia madre che padre per un figlio e viceversa lo trovo illogico, perché siamo ciò che facciamo, non cosa ci sentiamo di essere come ordina il Kitsch. Che si arrivi a giustificare il chiamare i genitori come genitore 1 e genitore 2 è pazzia. I media stanno distruggendo l’immagine di un padre e la sua complementarietà con la madre, disegnandolo come un eterno immaturo, incapace di comunicare con i suoi figli, sempre con un piede a terra e la mano sul volante della macchina con la borsa del calcetto pronta nel baule. Il sistema scolastico sta cadendo a pezzi per colpa di chi è al potere, le università sono contaminate da lobby di lucro-professori. Il nuovo oscurantismo brilla di arcobaleni, un bellissimo velo colorato che ottenebra la realtà sociale e civile. Per questo mi associo a Pier Paolo Pasolini nel dire che lo studio della storia ci permette di scovare alcune invincibili metastasi della nostra società malata.

In sostanza la ribellione attuale, appoggiata dall’alto guarda caso, sta degenerando nel distruggere l’ultima autorità rimasta, ossia l’autorità familiare del padre, che forma il nostro carattere, che ci confronta con i suoi difetti, che ci sa incoraggiare, e limitare quando serve, che ci dia una misura insomma, allo scopo di farci capire chi siamo. Il parricidio Marguttiano tutto sommato rimane una moda intramontabile.

 

 

Cattivo gusto

Il Kitsch, corrente artistica e stilistica tedesca nata intorno al 1860, è un processo sociale di inflazione estetica, fare del vecchio con il nuovo, fare un’opera d’arte di qualitá secondaria a buon mercato, ma che soddisfa tuttavia il bisogno umano di escludere tutti quegli aspetti del reale da lui indesiderati. Il Kitsch nasce dalla fede indiscutibile che il creato sia assolutamente giusto e l’uomo assolutamente buono. Il Kitsch è una maschera di bellezza con i cetrioli, ma anche una maschera di morte. Il Kitsch è staticità di pensiero, certezza dogmatica sociale, la negazione del dubbio è dell’ironia.

La politica ha il suo Kitsch, di cui si servono molti politici nelle loro “bellissime e stupendissime” campagne elettorali. Sul Kitsch si sono costruiti veri e propri regimi, statali e commerciali, le quali basi sono per l’appunto come dice Calvino “il cattivo gusto della cultura di massa”. Molte filosofie, ideologie e religioni si sono servite e si servono del Kitsch per ottenere un pubblico ampio e asservito, possiamo citare il Kitsch comunista, fascista, cattolico, protestante, ateo, social ecc, che sono palesemente basati sugli archetipi dell’inconscio umano, e che consistono nel mascherare la realtá con una verdognola maschera di bellezza con cetrioli. O un intenso strato di silicone, l’interpretazione è squisitamente libera

Vi starete chiedendo perchè prima ho definito il Kitsch anche una maschera di morte. Ebbene vi pongo l’esempio di una lapide tombaria qualunque sulla quale vi è inciso il classico “onesto lavoratore e amato dai suoi familiari”. Non è cinismo pensare che quanto scritto sia vero relativamente. 

Ritengo inoltre di vitale importanza riportare uno spezzone del libro “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, all’ interno del quale l’autore si appresta a fare una riflessione sulla fragilitá del castello del Kitsch:

« Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria.… un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.»

La riflessione di Kundera riguarda la questione metafisica della “merda” in quanto parte naturale e legittima in una ipotetica vita nel paradiso terrestre popolato da Adamo ed Eva. Attenzione però, Kundera non considera il mito di Adamo ed Eva vera e propria inflazione estetica, in quanto è un racconto paradigmatico, vuole solo farci capire a sua volta in modo paradigmatico il funzionamento e la struttura di questo processo sociale. Il Kitsch influenza il nostro modo di pensare in svariate situazioni, basti pensare a quante volte ci sono capitate situazioni in cui invece di gioire nel vedere dei bambini giocare nel prato, ci siamo messi a gioire dell’idea di gioire nel vedere dei bambini giocare nel prato. In pratica ci autocostringiamo a vivere come se fossimo all’interno di una pubblicitá per stare a posto con la nostra coscienza. Capite tutti che ci sta qualcosa di malsano nel vivere protetti da questi comodi e pluricolorati paraocchi mentali.